Questa è la frase, contenuta in un report che, almeno nelle intenzioni, doveva essere riservato:
“Gli investitori dovrebbero tenere a mente che nell’affondamento del Titanic la sorte dei passeggeri di prima classe non fu molto diversa da quella di chi viaggiava in terza”.

Il contenuto comparirebbe in un report sulla situazione politico-economica italiana redatto da Citigroup Inc. o Citi multinazionale americana che riunisce  banche di investimento e società di servizi finanziari.

Teniamo presente che Citigroup è al 3° posto  nell’elenco delle più grandi banche degli Stati Uniti  e insieme a  JP Morgan Chase, Bank of America e Wells Fargo, è una delle Big Four degli Stati Uniti e si trova  nell’elenco delle banche ritenute di rilevanza sistemica e quindi “non fallibili” ed è una delle nove banche di investimento globali nel Bulge Bracket.

Citigroup è classificato 32° su  Fortune 500 con oltre 200 milioni di account clienti e svolge attività in oltre 160 paesi.

Attualmente ha 209.000 impiegati, erano 357.000 prima della  crisi finanziaria del 2007-2008,  quando Citigroup è stato “risanato” tramite un massiccio aiuto dal Governo Federale.

Il report, rivolto agli investitori che operano sul nostro mercato finanziario, paragona l’Italia al transatlantico naufragato nel 1912, motivando il rischio con la bassa crescita degli ultimi anni.

Accanto all’incertezza dovuta alla situazione politica (il rapporto è datato 3 luglio), Citi sottolinea i mali strutturali della nostra economia, che potrebbero contribuire ad aggravare l’eventuale scoppio di una nuova crisi: l’Italia “è una combinazione fortemente sbilanciata di debito pubblico (altissimo), ricchezza privata (molto elevata) e bassa capitalizzazione di mercato”.

A questo si aggiungono gli squilibri fra il Nord delle “eccellenze” e il Sud che ha il record della “regressione”nell’Eurozona.
Secondo Barclays (report del 29 giugno), gli esponenti di governo “adotteranno un approccio pragmatico rispetto ai vincoli europei e di finanza pubblica del Paese, dato che entrambe possono trarre beneficio dal restare al governo anziché tentare di andare a elezioni anticipate“.

I report distinguono quindi tra le dichiarazioni dei leader politici della maggioranza e gli atti concreti, ma non entrano nel merito del vero problema dell’Italia: la burocrazia ed il cuneo fiscale “che frenano” le imprese di qualsiasi entità ed un Codice degli Appalti che disincentiva
gli investimenti e le Opere.

Fino al 2015, occupavo l’80% del mio tempo allo sviluppo “in toto” di procedure d’appalto pubbliche, compresa la fase documentale; nel 2018 lo studio si occupa per policy aziendale esclusivamente di progettazione e solo per clienti selezionati sui mercati di riferimento.

Non è credibile infatti, di fronte allo scenario internazionale, attribuire esclusivamente al nostro debito pubblico la causa della mancata crescita economica italiana.

Su di un Debito Pubblico totale pari al 132,6%, secondo l’Istat il rapporto deficit Pil nel 2017 è stato pari al 2,3%, rivisto al rialzo rispetto alla precedente stima, diffusa il primo marzo (1,9%) il dato include l’impatto del salvataggio delle banche in difficoltà, confronto con il 2016 comunque l’incidenza dell’indebitamento sul Pil migliora (era 2,5%).

Nel 2017 la Turchia di Erdogan ha registrato una crescita del Prodotto Interno Lordo pari al 7,4 % su un debito pubblico interno pari al 28%, cosa affermavano i rapporti delle nove banche di investimento globali nel Bulge Bracket?

Qualsiasi azione politica tesa a migliorare il rapporto tassazione/reddito non potrà che avere effetti positivi sull’economia italiana, così da permettere agli imprenditori di gestire le proprie imprese anche con una domanda decrescente e con una stagnazione che difficilmente si può
ascrivere al debito pubblico italiano ma piuttosto al rapporto economia reale/economia bancaria.

Rapporto che ha praticamente bloccato qualsiasi accesso al credito, vero motore di un’economia virtuosa, per questi motivi è importante per le aziende assicurarsi una corretta gestione aziendale e del credito.